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A spingere i rendimenti non è soltanto la politica monetaria della Federal Reserve, ma anche il rischio di un'inflazione persistente, alimentata dal rialzo del petrolio. Lo dimostra la reazione al PCE di agosto, uscito questa settimana con una sorpresa al ribasso: l'indice generale è salito del 3,4% su base annua (contro il 3,7% atteso), invariato rispetto a luglio dopo le revisioni, mentre il PCE core, il più seguito dalla Fed perché esclude alimentari ed energia, si è attestato al 3,0% contro il 3,3% del consensus, anch'esso stabile sul mese precedente. Il dato ha ridotto le probabilità di un'ulteriore rialzo dei tassi a breve, eppure il 10Y e il 30Y hanno continuato a salire. Segno che il mercato sta guardando oltre le prossime decisioni della banca centrale, concentrandosi sui rischi di inflazione strutturale, sul deficit e sul premio per il rischio di durata. È qui che entra in gioco quella che possiamo definire una "tripla stretta". Ma come funziona esattamente? Il meccanismo si sviluppa, in linea di massima, in questa sequenza: Prima sale il petrolio, che alimenta le aspettative d'inflazione. A quel punto salgono i rendimenti obbligazionari, perché il mercato inizia a prezzare una politica monetaria più restrittiva e un premio maggiore sulla parte lunga della curva. Successivamente tende a rafforzarsi anche il dollaro, sostenuto da rendimenti reali relativamente più elevati negli Stati Uniti. Il risultato è un irrigidimento generalizzato delle condizioni finanziarie: aumentano i costi di finanziamento per famiglie e imprese e cresce la pressione sugli asset più sensibili ai tassi, come azioni growth e oro. Proprio per questo, però, un eventuale calo dei rendimenti non va letto automaticamente come un segnale positivo per l'azionario: conta soprattutto il motivo per cui avviene. Se i rendimenti iniziano a scendere perché l'inflazione si raffredda senza un forte deterioramento della crescita, il movimento può essere costruttivo. Se invece scendono perché il mercato comincia a prezzare un rallentamento economico o uno stress finanziario, il primo effetto può essere esattamente l'opposto. Cos’è successo in passato? Storicamente, diversi importanti massimi del Treasury decennale sono arrivati poco prima o in prossimità di fasi di tensione economica o finanziaria. Nel 2007, ad esempio, il 10Y raggiunse circa il 5,3%, prima dell'intensificarsi delle tensioni sul credito. Nel 2011, il massimo dei rendimenti precedette le tensioni legate alla crisi del debito europeo. Nel 2018, il Treasury decennale fece massimo intorno al 3,2%, mentre l'S&P 500 entrò successivamente in una correzione molto più profonda. Non si tratta naturalmente di una relazione automatica: nel 2023, ad esempio, il picco del 10Y non fu seguito da una recessione o da una grave crisi. Il punto è piuttosto che il massimo dei rendimenti può rappresentare il momento in cui il mercato inizia a prezzare un rallentamento della crescita o condizioni finanziarie ormai troppo restrittive. Come si sta comportando il dollaro? Se i rendimenti sono il primo tassello della "tripla stretta", il secondo è la valuta. Il DXY (U.S. Dollar Index), l'indice che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere delle principali valute, è salito del 4,2% negli ultimi 12 mesi e si trova ora in area 101,8, in prossimità dei livelli di luglio. Questa soglia potrebbe diventare decisiva nelle prossime settimane: una rottura netta al rialzo segnerebbe un ulteriore irrigidimento delle condizioni finanziarie globali. Se invece il dollaro non riuscisse a superare quell'area mentre il Treasury 10Y continua a salire, si creerebbe una divergenza interessante: il mercato valutario smetterebbe di confermare il rialzo dei rendimenti USA. Per un investitore europeo, il riflesso più diretto è il cambio EUR/USD, che segna un -4,0% sui 12 mesi: l'euro, che pesa per oltre metà del paniere del DXY, si è indebolito quasi nella stessa misura in cui il dollaro si è rafforzato. Oro: il minimo potrebbe arrivare prima del picco dei rendimenti Dopo il massimo relativo di fine agosto, l'oro è entrato in una fase correttiva, penalizzato proprio da dollaro forte e rendimenti in salita. Lo schema ricorda quanto già visto nei midterm year 2018 e 2022, quando il minimo dell'oro è arrivato prima del massimo del Treasury decennale. La logica è che dollaro e tassi reali tendono a perdere slancio prima della parte lunga della curva, e l'oro, che reagisce a entrambi, può quindi anticipare il punto di svolta. Per questo, nelle prossime settimane conviene monitorare una combinazione precisa: - DXY che smette di salire
- Treasury 10Y ancora in aumento
- oro che inizia a rafforzarsi
Se si verificasse, potrebbe rappresentare uno dei primi segnali di esaurimento della fase restrittiva. Azionario: il rischio è che il 2026 assomigli al 2018 L'S&P 500 resta vicino ai massimi, con un rialzo da inizio anno di circa il 12%. Sotto la superficie, però, il quadro è più fragile: solo il 48% circa dei titoli dell'indice quota sopra la media mobile a 200 giorni, mentre le small cap, misurate dal Russell 2000, hanno perso circa il 9% dai massimi di agosto. Questa divergenza ricorda il 2018, quando le small cap iniziarono a cedere circa tre settimane prima dell'indice principale. Storicamente, in una quota elevata dei casi (70-80%), quando il Russell comincia a scendere anche l'S&P 500 tende poi a indebolirsi. Resta quindi aperta la domanda: sarà il Russell a recuperare verso l'S&P, o l'S&P a scendere verso il Russell?
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