La crisi in Medio Oriente continua a evolversi e lo scenario più plausibile è che non si tratti di un episodio grave ma circoscritto. Il rischio è che si trasformi in uno shock energetico globale, con potenziali effetti su inflazione, crescita economica e politica monetaria.
Il punto centrale non è soltanto il conflitto in sé. Il vero nodo è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta.
Da questo corridoio marittimo transita circa il 20% del petrolio mondiale, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.
Questo significa che un blocco prolungato, o anche soltanto un’interruzione parziale ma persistente, non avrebbe un effetto locale.
Avrebbe conseguenze immediate sul prezzo globale del greggio e, di riflesso, su tutto il sistema economico.
Un potenziale shock energetico più grande degli anni ’70
Il rischio attuale potrebbe addirittura superare, almeno potenzialmente, gli shock petroliferi degli anni Settanta.
Nel 1973 e nel 1979, infatti, bastarono riduzioni della produzione globale di pochi punti percentuali per generare forti rialzi dei prezzi e profonde conseguenze macroeconomiche.
Oggi il mercato si trova di fronte a un possibile collo di bottiglia che riguarda fino al 20% dell’offerta mondiale. Finché si tratta di pochi giorni il sistema può assorbire la tensione. Ma se il problema dovesse protrarsi per settimane o mesi, allora il quadro cambierebbe radicalmente.
Entrano qui in gioco anche le riserve strategiche di petrolio.
In teoria, i governi possono rilasciare parte delle scorte per attenuare lo shock. Si è parlato di circa 400 milioni di barili potenzialmente immettibili sul mercato. Il numero può sembrare elevato, ma rapportato ai circa 20 milioni di barili al giorno che normalmente transitano dallo Stretto di Hormuz, significa una copertura teorica di circa 20 giorni.
Non è irrilevante, ma non basta a neutralizzare una crisi prolungata.
C’è inoltre un aspetto spesso sottovalutato. Nei primi giorni di un blocco i Paesi produttori possono continuare a estrarre petrolio e accumularlo nei depositi. Ma una volta esaurita la capacità di stoccaggio devono rallentare o fermare la produzione. E riattivare pienamente gli impianti non è immediato. Non si tratta di aprire o chiudere un rubinetto.
Questo significa che, anche nel caso di una successiva riapertura dello stretto, l’impatto sull’offerta globale potrebbe continuare a farsi sentire ancora per qualche tempo.
Petrolio, inflazione e il dilemma delle banche centrali
Per gli investitori, la conseguenza più importante è che il petrolio torna a essere un fattore macro dominante.
Quando l’energia torna al centro, tornano centrali tre variabili fondamentali: inflazione, politica monetaria e crescita economica.
Se il greggio dovesse salire in modo significativo e persistente, l’effetto immediato sarebbe un aumento dei costi energetici e logistici. Questo rischierebbe di riaccendere pressioni inflazionistiche proprio mentre molte banche centrali speravano di aver superato il picco dell’inflazione.
In uno scenario del genere le autorità monetarie si troverebbero davanti a un dilemma classico: sostenere l’economia o contrastare l’inflazione.
Nel contesto attuale emergono due debolezze potenzialmente pericolose:
La Fed difficilmente può gestire entrambe le dinamiche contemporaneamente.
Se ci fosse soltanto debolezza nel mercato del lavoro, la Fed potrebbe continuare con un ciclo di taglio dei tassi. Ma con l’inflazione energetica in aumento, tagliare troppo rapidamente rischierebbe di riaccendere le pressioni sui prezzi.
Storicamente i mercati vedono molto negativamente questo tipo di contesto. Non è un caso che il petrolio abbia spesso registrato forti rialzi prima delle recessioni, come accaduto nel 1980, 1990, 2000 e 2008.
Il petrolio non causa da solo le recessioni, ma mette pressione sull’economia globale, rende più difficile l’azione delle banche centrali e accelera il deterioramento del ciclo economico.
Midterm years: anni spesso difficili per i mercati
A questo scenario macro si aggiunge anche un fattore storico-statistico.
Negli anni di midterm negli Stati Uniti, il mercato azionario tende spesso a essere più volatile. Il grafico mostra che negli anni di midterm l’S&P 500 subisce mediamente una correzione dal massimo al minimo di circa -17,5%.
Storicamente il minimo di mercato tende a formarsi piuttosto tardi nell’anno, mediamente intorno a metà settembre.
Tuttavia, c’è anche un dato molto interessante: dopo questi minimi il mercato ha mostrato una forte capacità di recupero. Nei 12 mesi successivi, il rendimento medio dell’S&P 500 è stato circa +31,7%.
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