Mi sono permesso di intitolare questa notizia in modo volutamente provocatorio e un po’ ironico, perché ormai da mesi non si fa altro che parlare di “bolla AI”.
Talmente tanto che viene spontaneo chiedersi: se è davvero così scontata, perché non è ancora scoppiata?
La sensazione istintiva è che forse non scoppierà affatto, o almeno non nel modo in cui tutti se lo aspettano.
È possibile che non sia l’intelligenza artificiale la vera causa di un eventuale crollo, ma altri fattori nascosti, meno visibili, che oggi vengono sottovalutati.
Una cosa però è certa: nessuna bolla annuncia il proprio arrivo.
Non bussa alla porta, non manda segnali di cortesia, non avvisa prima di esplodere.
E soprattutto non lo fa quando se ne parla ogni giorno sui giornali, in TV e sui social.
Quando un rischio diventa così evidente da monopolizzare l’attenzione di tutti, di solito non è quello che genera il vero shock finanziario.
Le bolle vere scoppiano nel silenzio, senza preavviso.
E se davvero ci sarà un crollo, è più probabile che arrivi da qualche altra parte del mercato, da quelle zone d’ombra che oggi nessuno sta guardando.
I problemi potrebbero arrivare da rischi non mainstream:
il credito privato l’eccesso di leverage nascosto nuovi bond delle big tech che nessuno sa ancora bene come valutare, rating troppo generosi assegnati da nuove agenzie minori.
I numeri però affermano esattamente il contrario, la bolla, in realtà, è già presente: aziende come OpenAI muovono investimenti enormi (1.400 miliardi) rispetto a ricavi molto più piccoli (13 miliardi).
Ma una bolla non è necessariamente negativa: storicamente le bolle tecnologiche hanno portato a investimenti massicci che gettano le basi per innovazioni future.
Due libri ci aiutano a capire il perché:
Perez spiega che le bolle:
creano investimenti altrimenti ingiustificabili, costruiscono infrastrutture (ferrovie, elettricità, fibra ottica…), preparano la fase successiva di sviluppo economico.
Per esempio la bolla delle dot-com ha lasciato in eredità la fibra ottica gratuita (perché pagata da aziende poi fallite), che ha reso possibile Internet come lo conosciamo.
Nel libro Boom, Hobart e Huber distinguono tra:
bolle cattive: speculazione finanziaria fine a sé stessa (es. subprime) bolle buone: investimenti su tecnologie che cambiano ordini di grandezza, non solo piccoli miglioramenti.
Nelle bolle buone gli investitori credono in un futuro radicalmente diverso, tutti investono contemporaneamente, si crea un “meccanismo di coordinamento” collettivo che accelera l'innovazione.
Durante la bolla delle dot-com questo ha prodotto:
innovazioni web fondamentali (AJAX, browser moderni, SaaS…), passaggio a hardware e software open source (Linux, x86), preparazione della popolazione al lavoro online, creazione delle basi per smartphone, cloud, e big tech.
La bolla dell’AI sta producendo qualcosa di molto simile, anche se con caratteristiche nuove.
Una parte enorme della spesa è assorbita dalle GPU NVIDIA, che però hanno un ciclo di vita breve: non sono infrastrutture durature come le ferrovie o la fibra.
Ma emergono due aree dove l’investimento è molto più promettente: energia e chip.
L’AI sta creando una gigantesca domanda di energia.
Microsoft e Amazon confermano che l’energia e lo spazio nei data center, non le GPU, sono il vero collo di bottiglia.
Questo potrebbe finalmente:
accelerare la costruzione di nuove centrali, sbloccare investimenti pubblici e privati, rilanciare il settore energetico dopo 20 anni di stagnazione.
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