L’economia statunitense sorprende ancora una volta.
Devi sapere che l’ultima revisione del PIL del secondo trimestre segna un’accelerazione al +3,8%, ben oltre il +3,3% stimato in precedenza e ai massimi da quasi due anni.
A trainare la crescita è stata soprattutto la spesa dei consumatori, rivista al rialzo dal +1,6% al +2,1%.
Considerando la contrazione del 0,6% del primo trimestre, la media della prima metà dell’anno si attesta a un solido +1,75%.
Le prospettive restano favorevoli: secondo il modello della Fed di New York, il PIL crescerà del 2,1% nel terzo trimestre e del 2,2% nel quarto.
Sul fronte occupazionale, nonostante le preoccupazioni di un rallentamento, i dati raccontano una realtà diversa.
Il tasso di disoccupazione è al 4,3%, solo lievemente superiore al 4,1% di inizio anno.
Secondo le stime del FOMC, resterà intorno a questi livelli anche nei prossimi tre anni.
Un valore che, per l’ex presidente della FED, Alan Greenspan, corrisponde a pieno impiego.
La vera novità è però l’effetto immigrazione: con il drastico calo dei flussi dall’estero, il numero di nuovi posti di lavoro mensili considerati “di equilibrio” non è più 150-200 mila, ma circa 0-50 mila. In questo contesto, parlare di debolezza del mercato del lavoro è fuorviante.
Le richieste di sussidi di disoccupazione, ai minimi degli ultimi dodici mesi, lo confermano.
Resta in piedi, invece, la discussione sulla sostenibilità della crescita americana.
Gli investimenti sono ormai fortemente concentrati sull’intelligenza artificiale, settore che ha spinto Wall Street e le entrate fiscali, ma che rappresenta anche il principale punto di vulnerabilità.
Se l’AI dovesse rallentare, gli effetti a cascata su PIL, mercati e bilancio federale potrebbero essere significativi.
Il mercato azionario attualmente rimane forte:
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