Metà delle riserve auree italiane, circa 1.061 tonnellate su un totale di 2.452, riposa a Fort Knox e presso la Federal Reserve di New York.
Fort Knox è una struttura militare statunitense situata in Kentucky, famosa soprattutto per ospitare il United States Bullion Depository, una cassaforte superblindata inaugurata nel 1937.
Qui vengono custodite le riserve ufficiali d’oro del Tesoro USA, in un bunker sotterraneo protetto da pareti di granito e cemento, una porta corazzata di oltre 20 tonnellate e sorveglianza 24/7.
Tale collocazione fino a poco tempo fa era considerata una protezione assoluta.
In un mondo dominato dall’egemonia americana, depositare oro negli USA significava garanzia, sicurezza e stretta alleanza.
Oggi però lo scenario è cambiato: le continue ingerenze politiche di Donald Trump nei confronti della Federal Reserve, unite alla sospensione degli audit e alla totale opacità sugli ultimi controlli a Fort Knox, l’ultimo risalirebbe addirittura agli anni ’70, hanno riacceso allarme e tensione.
In Germania e in Italia iniziano a emergere dubbi: è ancora accettabile lasciare così tanto oro all’estero, privandosi di controllo fisico in caso di crisi?
Italia e Germania stanno chiedendo a gran voce il rimpatrio delle proprie riserve auree, conservate all’estero, per riaffermare la sovranità economica e cautelarsi da rischi che potrebbero compromettere l’interesse nazionale.
L’ipotesi di riportare a casa una parte significativa dell’oro sembra guadagnare terreno, ma resta ostacolata da precauzioni diplomatiche e legami commerciali con gli USA.
Il valore economico in gioco è impressionante: la sola Italia conserva nei caveau americani oro per oltre 100 miliardi di euro, mentre insieme alla Germania la stima complessiva supera i 245 miliardi di dollari.
Non è solo una questione di sicurezza materiale, ma anche di strategia finanziaria: avere l’oro in patria significa garantire liquidità rapida, sovranità monetaria e un ampio margine di manovra in tempi di crisi.
In un momento in cui l’Europa sta cercando di emanciparsi dall’egemonia americana il tema del rimpatrio assume un valore politico e strategico crescente.
Tuttavia, le autorità centrali conservano una certa prudenza.
Bundesbank e Banca d’Italia ribadiscono l’importanza dei rapporti consolidati con la FED e sottolineano l’efficacia dei criteri di sicurezza adottati.
Germania che in realtà non è nuova al tema del rimpatrio dell’oro.
Nel 2013 la Bundesbank ha avviato il rientro di 674 tonnellate di metallo, prelevate dai depositi di New York e Parigi, verso Francoforte, nell’ambito di un piano volto a ridurre la dipendenza da depositi esteri.
Tale operazione, portata a termine entro il 2017, ha consentito alla Germania di superare la soglia del 50 % delle riserve custodite in patria, arrivando al 50,6 %, mentre attualmente circa il 37 % delle sue riserve rimane ancora sotto la custodia della Federal Reserve di New York.
Parlando dell’Italia invece, la Banca d’Italia custodisce all’interno del proprio caveau di Roma il 44,86% delle riserve complessive (circa 1.100 tonnellate su un totale di 2.452 tonnellate), mentre la restante quota si trova all’estero, principalmente presso la Federal Reserve di New York (1.061 tonnellate) e in misura minore a Londra e in Svizzera.
Fort Knox resta il simbolo assoluto di sicurezza e solidità economica statunitense anche se negli ultimi mesi, Donald Trump e Elon Musk hanno rilanciato la richiesta di un’ispezione pubblica per “assicurarsi che l’oro sia ancora lì”, sollevando una questione che un tempo sembrava scontata.
È difficile prevedere cosa succederà, ma la domanda se riportare l’oro in patria sta diventando ormai concreta.
Oro che nel frattempo ha sorpassato l’euro diventando la seconda riserva valutaria mondiale.
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