Dominic Morgan: “20 anni fa pensavamo che se avessimo esportato la nostra produzione in Cina in cambio loro avrebbero accettato la democrazia. Si sono presi la produzione ma hanno rifiutato la democrazia. Abbiamo solo scambiato merci scadenti con i diritti dei lavoratori. Interi settori della nostra economia sono stati distrutti. Abbiamo fatto una guerra con la Cina e non capiamo che l’abbiamo persa”.
Massimo Ruggero: “China-America è una tua creazione.”
Dominic Morgan: “Ho commesso un errore, questo lo ammetto.”
Allora, ho scelto di aprire questa newsletter con un passaggio tratto dalla serie “Diavoli”, ispirata al romanzo di Guido Maria Brera, perché lo trovo estremamente attuale rispetto al contesto economico che stiamo vivendo.
Per capire i dazi e la guerra commerciale abbiamo bisogno di fare uno zoom out e di comprendere ciò che sta accadendo al mondo e agli Stati Uniti e cosa è successo negli ultimi 30 anni.
Intanto l’impianto “China-America” si è rotto.
"China-America" è una fusione simbolica tra Cina e Stati Uniti: due nazioni apparentemente opposte per cultura, politica ed economia, ma in realtà profondamente interconnesse, quasi dipendenti l’una dall’altra.
Il termine è ispirato al concetto reale di "Chimerica", coniato dagli storici Niall Ferguson e Moritz Schularick, che lo usarono per descrivere la relazione simbiotica tra il capitalismo americano (consumo, debito) e il risparmio/investimento cinese (produzione, credito).
La Cina con le eccedenze della produzione comprava il debito americano mentre l’America con merci cinesi a basso costo poteva vivere in uno stato di serenità apparente.
Quello che molti non hanno colto è che questo cambiamento ha comportato una progressiva erosione dei diritti sociali. I lavoratori americani, infatti, non sono riusciti a tenere il passo con la concorrenza salariale dei lavoratori cinesi e, pur di mantenere uno stile di vita superiore alle proprie possibilità, hanno iniziato a indebitarsi sempre di più.
Ciò che è accaduto è che il debito americano in questo modo è salito alle stelle, 36,2 trilioni di dollari, e il suo deficit per finanziare questo sistema è cresciuto, costa sempre di più ripagare il debito che bisogna rifinanziare entro i prossimi 6,2 anni, la scadenza media del debito pubblico americano.
Questo implica un aumento del rischio di rifinanziamento e dei costi di interesse.
A questo si aggiunge il fatto che l’88% della borsa è posseduta dal 10% degli americani, il restante 12% della borsa è posseduto dal 40% degli americani ed infine l’ultimo 50% degli americani non ha nulla, e soffrirebbe ancora di più se i tassi di interesse aumentassero.
Inoltre tengo a ricordare che queste tariffe le pagano i consumatori. Quindi se da una parte aiutano le industrie locali nella produzione, dall’altra colpiscono duramente i consumatori finali che comprano i loro beni e servizi.
A concludere il quadro infine ci sono i conflitti, le guerre.
Quelle combattute sul campo, quello civili tra status sociali differenti e quelle tecnologiche, focalizzate sull'intelligenza artificiale.
L’arco di tempo di 7 giorni dal 2 aprile, giorno del “Liberation Day”, al 9 aprile, giorno in cui Trump annuncia la sospensione dei Dazi per 90 giorni, può essere definita come la settimana più pazza del mondo.
Per alcuni, gli unici risultati concreti ottenuti sono stati la destabilizzazione dell’economia globale e dei mercati finanziari, l’aumento del rischio di stagflazione, il calo della popolarità degli Stati Uniti a livello internazionale e la crescente erosione del ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale (cambio EUR/USD a 1,13).
Per altri, invece, è stata una complessa partita a scacchi, pianificata nei minimi dettagli, che ha riallineato il mondo contro la Cina infliggendole un colpo strategico.
Il risultato?
Un'accettazione quasi sollevata, se non entusiasta, di dazi generalizzati del 10% (con ulteriori dazi settoriali al 25%), un rinnovato impegno ad acquistare prodotti e servizi americani, a pagare di più per la protezione garantita dagli Stati Uniti, e a continuare ad acquistare e detenere Treasuries per un periodo prolungato.
Quello che si si chiede è se l’amministrazione Trump riuscirà a portare avanti una guerra dei dazi e a tenere nel frattempo in piedi Wall Street.
Quello che penso è che il presidente americano non aveva come fine ultimo il protezionismo e il ritorno della produzione in america ma quello di esercitare una forte pressione iniziale, usando il pugno duro come strumento negoziale nei confronti dei paesi considerati “amici”, per poi aprire un tavolo di confronto più vantaggioso e, al tempo stesso, rimettere in discussione il peso e le condizioni del debito pubblico americano.
Unica eccezione per la Cina la cui pressione tariffaria è salita al 145%, utile per colpire gli interessi economici e riequilibrare i rapporti di forza a livello globale. Cina che ha risposto con dazi al 125%.
Quello che abbiamo visto da inizio anno sono stati deflussi di capitali dagli Stati Uniti al resto del mondo soprattutto in Europa e Cina.
Questo potrebbe voler dire l’inizio di una "financial repression”, che tradotto significa tenere i capitali all’interno del paese e non trasferirli all’estero. Soldi che, nel nostro caso, potrebbero essere introdotti nel mercato obbligazionario e azionario europeo.
Questa opzione però non va giù agli Stati Uniti, cha ha bisogno invece che questi capitali tornino da loro, principalmente per rifinanziare il debito.
Un quarto del debito americano è infatti in mano a paesi stranieri:
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